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“Il giorno 16 giugno, dopo un anno e
quattro mesi dal fatto, dopo tre
udienze alle quali hanno
partecipato tanti testimoni, e
infine dopo venti minuti di una
spettacolare arringa finale,
il
Tribunale di Milano mi ha assolto
dalla denuncia penale per aver
permesso lo svolgimento della
manifestazione all'interno dello
chapiteau durante il Milano Clown
Festival 2007. La
vittoria è doppia: mentre l'accusa
chiedeva un mese di carcere oltre
alle relative sanzioni, la sentenza
di assoluzione è stata data a
formula piena, in quanto il fatto
non costituisce reato. Grazie di
cuore alla Signora
Milly Moratti, agli avvocati, ai
testimoni e ai sostenitori del
Festival e soprattutto a chi ha
creduto che la giustizia esiste.”
Queste poche righe da me spedite ad
amici, colleghi e cittadini
interessati, a conclusione di una
vicenda che ha rischiato di far
chiudere molto di più, sono
l’emblema della nuova stagione che
andiamo a cominciare. La “lettera
intima” a cui ogni anno affido le
mie intenzioni e le visioni, questa
volta la prendo a prestito da un
articolo. Nel momento più difficile
della storia del Festival - oltre
che mia personale - questa è stata
la visione di Alessandro Serena, uno
dei massimi conoscitori delle arti
circensi, docente di Storia dello
Spettacolo all’Università Statale di
Milano, direttore artistico dei
maggiori festival e programmi
televisivi sul circo. Buon anno
nuovo a tutti voi!
Maurizio Accattato
I CLOWN E LA CITTA'
di Alessandro Serena
Sono
due le immagini che vengono in mente
pensando al Festival del Clown di
Milano, creato da Maurizio
Accattato. Si tratta dell'apertura e
della chiusura de I Clown,
uno dei capolavori di Federico
Fellini. Il regista di Rimini è
l'artista italiano che in maggior
misura ha legato il proprio
immaginario a quello del circo, sino
a ri-costituire quest'ultimo.
I Clown inizia con la scena
di Federico bambino, che si affaccia
alla finestra un mattino grigio e
(sorpresa!) al posto di un brullo
piazzale desolato, scopre un mondo
di colori, musica, umanità:
nottetempo in città è arrivato un
circo! È un po' quello che succede
con il Festival di Accattato.
In
una metropoli, spesso impegnata in
corse frenetiche, alzarsi una
mattina e scoprire che sono arrivati
i clown è una bella sensazione. Per
altro si tratta di clown che più che
di far ridere si propongono di far
riflettere, si adoperano nel
sociale, cercano di far capire
qualche loro istanza, invadono la
città tentando di cambiarne alcune
delle abitudini, si propongono in
qualche modo come clown
rivoluzionari.
Ma
l'immagine che chiude I Clown
di Fellini è diversa e più
malinconica. Il clown Zanzara (il
cui figlio Fumagalli, per altro, è
oggi fra i maggiori artisti della
comicità) spiega al regista:
"Lo sa signor Fellini, una volta
facevo un numero con un mio compagno
che si chiamava Fru Fru. Si faceva
finta che era morto. Io entravo in
scena e dicevo: dov'è Fru Fru? Ma
non lo sai, mi diceva il direttore,
è morto! Ma come è morto, dicevo io!
Mi deve restituire le dieci salsicce
e la candela che gli ho prestato
l'anno scorso! Ebbene è morto, mi
diceva il direttore. Dove posso
trovarlo, dico io? Ma cretino, ti
dico che è morto! Allora io che non
mi davo per vinto, mi mettevo a
chiamarlo: Fru Fru! Fru Fru! Niente.
Non rispondeva. Che sia morto
davvero, dicevo io? E se è morto
come faccio a trovarlo? Uno non può
mica sparire così. Da qualche parte
deve stare. Fru Fru! Finché mi viene
un'idea. Lo chiamerò con la tromba
come quando lavorava con me. E così
comincio a chiamarlo con la tromba.
Suono le prime note…sto a sentire…
niente. Riprovo. Era una canzone
molto bella che faceva piangere.
Faceva così…"
e
partiva uno struggente assolo di
tromba.
Il
clown muore. E non può bastare un
Festival per farlo risorgere o per
scovarlo nascosto da qualche parte,
come sperava Zanzara.
Il
clown è una figura seria,
padroneggia delle tecniche antiche
che però innova. Per far questo deve
provare, allenarsi, non lasciare
niente all'improvvisazione. Deve
lavarsi i denti tutti i giorni.
Il
lavoro del clown e quello sul clown
deve durare sempre, a volte tutta
una vita. Altrimenti il rischio è
quello di far riferimento ad
un'altra figura simbolica che arriva
dall'altro grande maestro del
cinema, Charlie Chaplin che chiude
il suo bellissimo Circus con
Charlot seduto triste al centro
della malinconica traccia di un
cerchio di segatura. Uno dei luoghi
comuni più diffusi del Novecento: il
circo parte e lascia solo un
ricordo.
Il clown parte, ma deve lasciare
qualcosa di più.
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